Debito

martedì 1 ottobre 2013

Licio Gelli previde tutto da gennaio

Licio Gelli previde tutto. L'analisi politica del piduista datata gennaio

Licio Gelli sapeva. Lo aveva intuito; per un uomo come lui, abituato a muoversi nei palchi di potere, era forse fin troppo facile immaginare come sarebbe finita l'Italia.



Eravamo agli inizia di gennaio, quando l'ex maestro Venerabile della P2 si lasciò andare in un'analisi della situazione politica nostrana, con toni che, oggi, appaiono profetici. 'Sono nel mio studio, vedo il cielo molto buio. E' scuro. Molto. Anche se ci sono i monti. Oltre i monti, però, bisogna vedere quello che ci sarà…", aveva dichiarato. "Alle prossime elezioni ci sarà un grande astensionismo, una percentuale intorno al 40-45%. Prevedo che a settembre andremo a votare nuovamente…''. Non toccammo quel traguardo, ma poco ci mancava. E a settembre, sebbene non abbiamo avuto elezioni, c'è stata appunto la crisi di governo.
''In questi giorni", continuava, "mi pare che all'estero, e soprattutto in Europa, l'Italia non sia stata nominata'', e, nel frattempo, al suo interno, ''ci sono troppe cose da pagare e tante ancora da fare. Monti ora promette di togliere le tasse, dopo averle create. C'è una grande confusione e nessuna chiarezza''.
Per Gelli era necessario "togliere dalle liste chi è pregiudicato''; nonostante questo, sottolineava come mancasse "all'Italia un uomo forte, con delle idee. Un uomo che prometta poco e mantenga molto. Ogni settimana dovrebbe raccontare al popolo quello che ha fatto e vuole fare''.
''Berlusconi", aveva proseguito, in conclusione "ha delle questioni da sistemare". S'era prima della condanna Mediaset, quella che ha scatenato il tutto. "E poi, poteva tenere nascosta un altro po' la nuova fidanzata. Dal punto di vista affettivo deve riguardarsi…''.

MORO PER SEMPRE – L’AGENTE USA: “IL SACRIFICIO DI MORO? NECESSARIO PER LA SALVEZZA DELL'ITALIA”

La procura di Roma ha acquisito la cassetta dell'intervista di Minoli all’esperto Steve Pieczenik, che sul caso Moro ha parlato di “manipolazione strategica” per stabilizzare la situazione italiana: “fino alla fine temevo che liberassero Moro” - “Il ruolo di Craxi pro trattativa? Non me ne preoccupai, era stato già neutralizzato”…

VIDEO: LE RIVELAZIONI DELL'AGENTE USA: "NECESSARIO IL SACRIFICIO DI ALDO MORO" (1)
2. VIDEO: LE RIVELAZIONI DELL'AGENTE USA: "NECESSARIO IL SACRIFICIO DI ALDO MORO" (2)


Da repubblica.it
La procura di Roma ha acquisito la cassetta dell'intervista di Giovanni Minoli su Radio 24 a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato Usa nel 1978. Pieczenik avrebbe indirizzato e gestito l'azione delle autorita' italiane con le Br nella vicenda poi culminata con la morte di Aldo Moro.
3. L'ESPERTO USA: "COSÌ MANIPOLAMMO IL CASO MORO"
Da "Il Sole24Ore"
A distanza di molti anni parla Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento Usa nel 1978 in materia di terrorismo, componente del comitato di crisi voluto da Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, durante il rapimento e poi l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Br.
minoliMINOLI
Ieri, a Mix24, Pieczenick ha rotto il silenzio e ha risposto per mezz'ora alle domande di Giovanni Minoli. Ha parlato di una «manipolazione strategica al fine di stabilizzare la situazione dell'Italia» in quel periodo. Racconta di aver temuto che Moro venisse alla fine rilasciato: «Mi aspettavo che le Br si rendessero conto dell'errore che stavano commettendo - con il rapimento - e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano - ha spiegato l'ex consulente Usa - Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro». La procura di Roma ha disposto l'acquisizione dell'intervista. Lo ha deciso il pm Luca Palamara, titolare dell'ultimo procedimenti aperto sul sequestro e l'omicidio dello statista Dc. Il magistrato intende sentire il consulente americano, potrebbe essere aperta una procedura di rogatoria internazionale.
GIANNI MINOLIGIANNI MINOLI
Nel comitato di crisi per il rapimento Moro, Pieczenik sedeva insieme al criminologo Franco Ferracuti, l'esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato Renato Squillante. «In quei giorni quotidianamente, anche più volte, parlavo con Cossiga» dice il consulente inviato a Roma dall'allora segretario di Stato americano Cyrus Vance. «Abbiamo passato insieme più di 40 giorni».
MOROMORO
E, aggiunge, «Cossiga capì subito che il problema non era solo legato alla "persona" Moro - ma che doveva affrontare una crisi dello Stato, che avrebbe dovuto "stabilizzare" l'Italia». Di più: «A un certo punto, per poter incidere in una situazione di crisi, sono stato costretto a sminuire la posizione e il valore dell'ostaggio, a Cossiga ho suggerito di screditare la posta in gioco» fino a suggerirgli, rivela, di dire che quello delle lettere - le ultime soprattutto - non era il vero Aldo Moro. Così come bocciò l'iniziativa del Vaticano di raccogliere una cospicua somma di denaro, pare di dieci miliardi di lire, per pagare un riscatto. «In quel momento stavamo chiudendo tutti i possibili canali attraverso cui Moro avrebbe potuto essere rilasciato. Non era per Aldo Moro in quanto uomo: la posta in gioco erano le Brigate rosse e il processo di destabilizzazione dell'Italia».
Aldo MoroALDO MOROALDO MORO E GIULIO ANDREOTTIALDO MORO E GIULIO ANDREOTTI
Chiede Minoli: «Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire?». «Per quanto mi riguarda, la cosa era evidente - risponde il consulente - Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell'Italia».
Luca PalamaraLUCA PALAMARA
Incalzato su Bettino Craxi, che tentò in modo convinto di aprire una trattativa, Pieczenick si fa scappare una rivelazione inquietante che conferma molte ipotesi formulate su Tangentopoli e il ruolo americano che favorì la vicenda di Mani Pulite. «Non mi preoccupai sul possibile ruolo di Craxi, era stato già neutralizzato, gli stavamo dietro da tempo.
Avevamo il coltello dalla parte del manico, sapevamo qualcosa su di lui. Craxi era comunque compromesso, si era compromesso da solo». La procura di Roma intende acquisire anche un'intervista all'attrice Piera Degli Esposti, realizzata dalla giornalista del Tg5 Claudia Marchionni, in cui l'attrice racconta di essere stata in via Caetani dalle 11.30 all'una e mezza del 9 maggio 1978. Era rimasta appoggiata, racconta, quasi sempre alla Renault dov'era il cadavere di Moro, senza accorgersene, ma aggiunge anche che in quelle ore non arrivò nessuno.

http://www.dagospia.com/

lunedì 23 settembre 2013

UDITE UDITE! IL PROBLEMA DEGLI ITALIANI E’ CHE HANNO TROPPE BANCONOTE IN TASCA! (LE BANCHE SPINGONO PER LA “MONETA ELETTRONICA” MA NON VOGLIONO MOLLARE L’OSSO DELLE COMMISSIONI…)

L'ultimo blitz è scattato, come nella migliore tradizione, in piena estate, quando mezza italia è sotto l'ombrellone. Martedì 6 agosto due senatori del Popolo delle libertà, Cinzia Bonfrisco e Antonio D'Alì, hanno presentato un emendamento al cosiddetto decreto "del fare" per rialzare a 3.000 euro la soglia sull'utilizzo del denaro contante, che Mario Monti aveva fissato a quota mille.
EURO BANCONOTEEURO BANCONOTE
Il governo ha espresso parere contrario e la proposta è stata bocciata. Ma, c'è da scommetterci, l'argomento tornerà presto a far capolino nelle aule parlamentari, perché la massima libertà nell'uso del cash è un pallino di Silvio Berlusconi & Co. E una mano santa per il partito degli evasori fiscali più incalliti.
A fare da apripista, il 2 luglio, era stato non a caso un altro esponente del Pdl: il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Simona Vicari, molto cara al presidente dei senatori berlusconiani, Renato Schifani. «Così com'è oggi, la soglia rappresenta una camicia di forza ai cittadini e frena la ripresa e la crescita in tutti i settori», aveva cinguettato.
Aggiungendo che la sua idea incontrava il favore del ministro, il Pd Flavio Zanonato (che pur essendo piuttosto loquace era rimasto muto come un pesce). Così aveva concluso la Vicari: «Bisogna rivedere la legge senza pregiudizi e furori ideologici (...) autorevoli studi e pubblicazioni dimostrano che sulla lotta al riciclaggio e all'evasione fiscale la riduzione della soglia di circolazione del contante non ha effetti decisivi».
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Quali tomi abbia compulsato la Vicari resta un mistero. Perché che il sommerso viva di nero e il nero si nutra di contante lo sanno anche i bambini. Tanto che un altolà era arrivato a stretto giro di posta dalla Corte dei Conti. La magistratura contabile aveva detto che il tetto all'uso del denaro liquido andava sì cambiato, ma per abbassarlo ulteriormente. «È intuibile come la gran parte delle transazioni che possono dar luogo all'occultamento dei ricavi si addensi al di sotto della soglia dei mille euro», si legge in una relazione presentata dieci giorni dopo dal presidente, Luigi Giampaolino.
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La battaglia sull'uso del contante (che oggi, paradossalmente, è esentasse, al contrario di assegni, cambiali e conti correnti, tutti colpiti da un bollo) non è cominciata ieri. Nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni, Romano Prodi ha abbassato il tetto da 12.500 a 5.000 euro. E stabilito, con il decreto Bersani-Visco, un ulteriore décalage per i soli professionisti: la soglia sarebbe dovuta scendere a 1.000 euro nel luglio 2007, a 500 un anno dopo e addirittura a 100 euro (lo stesso limite oggi in vigore in Germania) nell'estate del 2009.
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Il piano è però rimasto sulla carta. Perché a palazzo Chigi è arrivato Silvio Berlusconi. E Giulio Tremonti, l'ex superministro dell'Economia che pagava in contanti la metà dell'affitto dell'appartamento romano al suo più stretto collaboratore (e coinquilino) Mario Milanese, lesto ha ripristinato il limite dei 12.500 euro (giugno 2008).
Carte di creditoCARTE DI CREDITO
Salvo poi essere costretto dalla crisi della finanza pubblica a dare, suo malgrado, un giro di vite nella lotta all'evasione fiscale, riportandolo a 5.000 (maggio 2010) e poi a 2.500 (agosto 2011). Quindi il Cavaliere ha dovuto passare la mano a Monti, che dopo aver accarezzato l'idea di scendere a 500, ha poi invece stabilito, con l'articolo 12 del decreto "Salva Italia" (dicembre 2011), la quota attuale di mille euro.
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UN TESORO INCALCOLABILE
La partita è sempre aperta. Del resto, la posta in palio è un tesoro immenso: il sommerso. «Si tratta», come scrive con semplicità il tributarista e collaboratore del "Sole 24Ore" Ernesto Maria Ruffini nel suo "L'evasione spiegata a un evasore", «di tutte quelle attività economiche che non sono misurate dalle statistiche ufficiali: alcune intenzionalmente, come il volontariato o il lavoro domestico; altre perché nascoste, come le attività criminali o l'evasione fiscale». Quasi per definizione, quanto sia esattamente il sommerso è impossibile sapere.
Il documento conclusivo del Gruppo di lavoro su economia non osservata e flussi finanziari, guidato dall'attuale ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Enrico Giovannini, nel 2011 aveva stabilito per il valore aggiunto prodotto dall'area del sommerso economico una forchetta tra il 16,3 e il 17,5 per cento del prodotto interno lordo. In soldoni, tra i 255 e i 275 miliardi di euro (dato 2008), ben nascosti nei fatturati dell'agricoltura (32,8 per cento del totale), del terziario (20,9 per cento) e dell'industria (12,4).
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I numeri di Giovannini coincidono con quelli di un rapporto dell'ufficio studi della Confcommercio ancora fresco di stampa, essendo datato luglio 2013. Nel documento si parla di un sommerso pari al 17,4 per cento, che su un Pil stimato per il 2013 a 1.563 miliardi di euro fa 272 miliardi.
Ma il professor Friedrich Schneider dell'Università di Linz, guru mondiale della materia, che misura l'economia sommersa osservando proprio l'utilizzo del denaro contante, ha diviso gli Stati dell'Ocse in tre gruppi. Mettendo l'Italia, insieme a tutti i Paesi mediterranei e al Belgio, in quello dove ciò che non risulta dalle statistiche sta tra il 20 e il 30 per cento.
Saremmo insomma come minimo al di sopra dei 300 miliardi, come del resto avvalorano stime basate su dati Eurosat, che parlano di 330 miliardi. E che a loro volta non si discostano da quelle dell'istituto di geopolitica texano Stratfor Global Intelligence: gli analisti guidati dal politologo George Friedman indicano una forchetta tra il 17 e il 21 per cento del Pil, cioè tra i 270 i 340 miliardi (dati 2012). Ma c'è chi va ancora oltre.
È il caso di uno studio del 2012 targato Eurispes ("L'Italia in nero-riflessioni sull'economia sommersa"), che si spinge a ipotizzare un nero pari a quasi 530 miliardi. Una cifra che si avvicina a quella (575 miliardi) del totale delle venti manovre economiche varate negli ultimi dodici anni dai governi di turno.
In ogni caso, chiunque abbia ragione sui conti, si tratta di una situazione del tutto fuori controllo, se solo si pensa che il fenomeno è valutato al 6,7 per cento in Gran Bretagna, al 5,3 negli Stati Uniti, al 3,9 in Francia e addirittura allo 0,3 in Norvegia. Ed è a causa del sommerso che la pressione fiscale effettiva, quella cioè che grava sui contribuenti onesti, è arrivata al 54 per cento, quasi dieci punti più in alto di quella teorica (44,6 per cento).
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ALLO SPORTELLO 343 MILIARDI
Le cifre in discussione sono dunque tali da far apparire ridicolo il balletto in corso sulla manciata di miliardi (quattro) che il governo dovrebbe racimolare per tagliare l'Imu. Il recupero (almeno in parte) del malloppo nascosto è però possibile solo se si mette un freno alla circolazione delle banconote, obbligando da un lato, e incoraggiando dall'altro, chi acquista beni e servizi a utilizzare strumenti di pagamento tracciabili. Scrive Schneider in "The shadow economy in Europe" (2013) che la rilevanza dell'economia sommersa sul prodotto interno lordo degli Stati dell'Unione europea diminuisce all'aumentare del numero di transazioni effettuate tramite carte di pagamento.
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Il che è certamente vero. Come lo è anche che il sommerso aumenta quando circolano più banconote. «Grecia e Italia sono i Paesi europei che mostrano i prelievi di contanti di importo medio più elevato (rispettivamente 250 e 175 euro) e contestualmente», nota su lavoce.info l'economista del Centro Europa Ricerche Carlo Milani, «hanno la più alta incidenza dell'economia sommersa sul Pil».
Ma sul fronte dei sistemi di pagamento l'Italia ha accumulato un ritardo drammatico. Un paper della Banca d'Italia, datato novembre 2012 e intitolato "Il costo sociale degli strumenti di pagamento", dice che da noi il contante viene usato nell'82,7 per cento delle transazioni, contro una media dell'Europa a 27 del 66,6 cento. Il ricorso alla carta di pagamento è fermo a quota 6,4 per cento (contro il 13,2 dell'Europa a 27).
Anche perché da noi di carte ce ne sono di meno: 1,2 per abitante, secondo un report di Datamonitor, contro la media Ue di 1,5, che nasconde picchi di 2,4 in Gran Bretagna e di 1,8 in Olanda e Belgio. Risultato: secondo i dati dell'Istituto per la competitività nel 2011 in Italia sono stati effettuati pagamenti con carte di credito o di debito (il Bancomat) per 122 miliardi, pari all'8 per cento del Pil.
In Francia la cifra raggiunge i 393 miliardi (19,6 per cento del Pil) e in Gran Bretagna i 578 miliardi (33,1 per cento). Un po' di italiani tiene pure la carta in tasca, ma al momento di pagare il conto preferisce tirare fuori denaro frusciante, magari su richiesta dell'esercente: i calcoli della Bce dicono che il 31 per cento dei compratori estrae un fascio di banconote anche quando deve regolare conti per importi compresi tra 200 e 1.000 euro. Se poi lo scontrino (quando c'è) è sotto i 50 euro, a pagare in contanti è il 98 per cento degli italiani, percentuale che scende solo al 93 quando la cifra è compresa tra i 50 e i 100 euro (Rapporto Ipsos, giugno 2012).
Secondo i calcoli di Bank for International Settlements, nel 2008 in Italia le operazione pro capite con carta erano ferme a quota 24,5, contro una media per l'area euro di 57 e un picco di 124,5 per la Gran Bretagna (gli Stati Uniti erano a 191,1). Poi la situazione è migliorata, ma non il divario con i grandi paesi.
Nel 2011, dice la Guardia di Finanza, l'Italia era salita a 68 operazioni cashless pro capite, ma nel frattempo l'area euro era arrivata a quota 182, la Francia a 255, la Gran Bretagna a 257 e l'Olanda addirittura sopra le 300. Lo stesso vale per i Bancomat, utilizzati molto più per prelevare contante (oltre 160 miliardi nel 2012) che per pagare i negozianti (le operazioni sui Pos, i terminali elettronici, risultano ferme a 73 miliardi). Si legge nel rapporto annuale dell'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia che nel 2011 il totale di prelievi e versamenti è ammontato a 343.356 milioni di euro.
QUINDICI MILIARDI DI BIGLIETTI
Se non fossimo in un Paese che ha un'evasione fiscale da Guinness dei primati e che risulta al venticinquesimo posto su 26 (preceduto da Messico, Slovenia e Grecia) nella classifica sulla diffusione di pagamenti irregolari e tangenti elaborata dalla Confcommercio su dati del World Economic Forum e della Banca mondiale, l'uso della moneta elettronica converrebbe a tutti. In primo luogo perché, anche se pochi ne sono consapevoli, il contante ha un costo sociale (cioè per il sistema economico nel suo complesso) molto elevato.
Bisogna infatti produrlo, trasferirlo in sicurezza e custodirlo: e non è proprio uno scherzo, se la Guardia di Finanza ha calcolato che nel 2011 circolavano sul territorio nazionale 15 miliardi di banconote, per un controvalore di 870 miliardi di euro. Secondo la Bce per il denaro l'Europa a 27 spende lo 0,46 del suo prodotto interno lordo, pari a 60 miliardi. E l'Italia, dove i biglietti di banca sono più diffusi che altrove, per palazzo Koch sborsa da sola 8 miliardi (10 in base al rapporto 2011 di Cap Gemini), lo 0,52 per cento del Pil (contro una media europea dello 0,40). Che vuol dire 133 euro pro capite (senza prendere in considerazione le rapine subite dai privati).
La moneta elettronica invece, rendendo il circuito economico più efficiente, aiuta la crescita. Uno studio del 2013 di Moody's Analytics sostiene che le carte di pagamento hanno generato a livello mondiale una maggior crescita di 983 miliardi di dollari e due milioni di posti di lavoro tra il 2008 e il 2012, dando una spinta dello 0,3 per cento alle economie mature e dello 0,8 per cento a quelle in via di sviluppo.
Restando alla sola Italia, l'Istituto per la competitività, elaborando i dati di Eurostat, della Bce e del professor Schneider, ha calcolato che se ogni italiano riducesse di 15 euro i prelievi medi che effettua al Bancomat ci sarebbe una diminuzione dell'economia sommersa in grado di garantire un maggior gettito di 9,8 miliardi.
E che se ci fossero in circolazione dieci milioni di carte in più (incremento inferiore a quello registrato tra il 2006 e il 2011) si avrebbe un calo del sommerso tale da far incassare al fisco 5 miliardi in più. Il combinato disposto dei due fattori darebbe insomma quasi quattro volte la somma necessaria a sopprimere l'Imu.
E un documento dell'Ufficio analisi economiche dell'Abi va ancora oltre: per i banchieri un aumento di dieci punti percentuali delle famiglie dotate di carta farebbe riemergere 10 miliardi. E se a dotarsi del tesserino di plastica fossero proprio tutte i nuclei familiari la cifra salirebbe a 40 miliardi.

QUELLI CHE CI MARCIANO
Chi compra usando la carta ha solo vantaggi: a partire dal fatto di non rischiare di smarrirlo o farselo rapinare (la sicurezza è il principale driver al ricorso ai pagamenti elettronici, come dice uno studio del 2012 di Hall & Partners). Se poi l'acquirente usa la carta di credito sosterrà materialmente l'esborso solo in un secondo tempo e senza pagare interessi.
Ma chi ci guadagna in maniera più consistente, come dimostra un recente studio di Edgar Dunn & Co., è l'esercente, che vende di più, risparmia sui costi di gestione del contante, ed è garantito dalle banche. I conti dicono che il valore aggiunto derivante dall'uso delle carte è pari al 7,8 per cento dell'ammontare delle transazioni effettuate con questi strumenti. Mentre il costo complessivo si ferma al 3,4 per cento. Insomma il negoziante (o il ristoratore o il parrucchiere) ha tutto da guadagnarci.

E infatti è lui a finanziare con la quota maggiore il sistema che deve garantire la remunerazione delle due banche parte del business: la sua (che trattiene una commissione) e quella del compratore, che si fa girare dalla prima una parte della commissione stessa per aver dato la sua garanzia sull'importo dovuto dall'acquirente. Se dunque l'esercente non si dota del Pos, sostenendo che il sistema è troppo caro, c'è una sola spiegazione logica: non ha alcuna intenzione di far sapere al fisco che ha incassato quella somma.
Cosa che diventa molto rischiosa se accetta un pagamento tracciabile. Il resto sono solo balle. Come quella di chi sostiene che in Italia si usano poco le carte perché la popolazione è più anziana che altrove: la Germania ha la stessa quota di ultrasessantacinquenni (il 20 per cento) e il doppio dei tesserini magnetici.
SOSTIENE IL GOVERNO
Il problema vero è dunque l'evasione fiscale. E i milioni di voti che la lotta nei suoi confronti può spostare e senza i quali non si vincono le elezioni. Un fattore che pesa, sia pure in misura molto diversa, in tutti i Paesi. E infatti i politici su questo fronte traccheggiano a ogni latitudine. In Italia il governo Monti aveva promesso di intervenire, regolamentando le commissioni bancarie a carico dei commercianti. Si era parlato di un provvedimento del ministero dell'Economia concertato con quello dello Sviluppo Economico, sentite la Banca d'Italia e l'Antitrust, che a gennaio scorso ha espresso il suo parere. Quattro paginette dove si invoca maggiore trasparenza e dunque concorrenza.
Dalla lettura del documento dell'Authority si capisce chiaramente che l'esecutivo è sceso a più miti consigli: stando alla bozza, che risale a diversi mesi fa, il decreto non interviene sulla commissione pagata dall'esercente al proprio istituto di credito, ma si limita a stabilire che non debba mai salire quella interbancaria (in genere tra lo 0,6 e lo 0,7 per cento, con punte dell'1 per cento). Una mezza pagliacciata, insomma. Per giunta sparita in qualche cassetto del nuovo governo. Né più incisiva appare l'iniziativa strombazzata nei giorni scorsi dalla Commissione europea.
A Bruxelles hanno approvato una proposta di regolamento in base alla quale scatterebbe un tetto alle commissioni interbancarie dello 0,2 per i Bancomat e dello 0,3 per le carte di credito. Uno sconto a favore della banca del commerciante, che potrebbe (e non dovrebbe: e c'è una bella differenza) trasferirlo alla tariffa applicata al suo cliente: se anche lo facesse per l'intera somma (e quando mai) si tratterebbe di una limatura della commissione di mezzo punto percentuale.
Nel caso italiano, significherebbe offrire uno sconto dello 0,5 per cento a un gioielliere, per esempio, che se invece si fa pagare in contanti e non mette gli importi nella sua dichiarazione dei redditi risparmia il 23 per cento sui primi 15 mila euro e il 27 sui successivi 3 mila (in media la categoria sta, scandalosamente, a quota 18 mila). Da ridere, insomma.
In realtà, una soluzione semplice ci sarebbe. L'hanno sperimentata, all'inizio degli anni Duemila, nella Corea del Sud. Dove prima hanno imposto un tetto al contante equivalente a 42 dollari. Poi hanno concesso ai titolari di carta che la utilizzavano per gli acquisti e si prendevano la briga di conservare la ricevuta uno sconto fiscale (che per giunta garantiva la partecipazione a una lotteria) fino a un massimo di 4.200 dollari l'anno o del 20 per cento del reddito. E ribassato del 2 per cento l'Iva ai commercianti che dimostravano di aver incassato tramite Pos. Ha funzionato.
Algebris Investments ha studiato il caso. E sulla base di dati della Myongji University si è presa la briga di calcolare che quelle semplici misure hanno ridotto il sommerso di cinque punti in percentuale sul Pil. Da noi vorrebbe dire recuperare d'un colpo 20 miliardi di gettito fiscale.
Insomma, fare si potrebbe fare. Ma siamo in Italia. I governi si baloccano solo con ipotesi che non stanno in piedi. E, soprattutto, non fanno un baffo agli evasori.

venerdì 13 settembre 2013

Ecco cosa fanno i ribelli che Obama vuole aiutare. Immagini brutali.



Quello che segue è una serie straziante di fotografie di militanti islamici che pubblicamente decapitano un giovane siriano nella città di Keferghan, nei pressi di Aleppo, il 31 agosto 2013.

A causa della pericolosità della situazione  all'interno della Siria, non è stato possibile confermare l'identità o appartenenza politica della vittima. Né siamo certi circa la motivazione dei suoi assassini. Un testimone oculare che vive nella zona ed è stato contattato la settimana dopo la decapitazione ha affermato che i carnefici erano di ISIS, un Al-Qaeda in franchising operante in Siria e in Iraq.

Di seguito il link al sito del Time dove è possibile vedere tutte le immagini. A causa della eccessiva brutalità delle foto si sconsiglia la visione a persone sensibili.

Ecco gli intrecci tra Monte Paschi di Siena ed i politici italiani


Guido Ruotolo per La Stampa
Massimo DalemaMASSIMO DALEMAprodi romanoPRODI ROMANO
Passi che il presidente della banca di Siena, stiamo parlando del Monte dei Paschi di Siena, abbia rapporti molto stretti con l'attuale Pd, un partito che ha tra i suoi dirigenti e militanti vecchi dirigenti e militanti del Pci. Poi bisogna vedere come si sono tradotti questi rapporti. E questo è un filone d'indagine che la a procura di Firenze ha iniziato ad approfondire avendo già raccolto diverse testimonianze.

Ma a leggere i brogliacci delle intercettazioni telefoniche del presidente di Mps dell'epoca, stiamo parlando del 2010, Giuseppe Mussari, colpiscono le relazioni di interessi molto stretti tra Mussari, cioé la banca, e diversi esponenti del Pdl, falchi e colombe, pitonesse comprese.

Per non dimenticare nessuno, in questi brogliacci si citano: Matteo Renzi, Massimo D'Alema, Romano Prodi, Giuliano Amato,Enrico Letta, Nicola Latorre, Pierluigi Bersani, Piero Fassino. Nomi di una squadra politicamente nota, quella del Pd a vario titolo. Poi ci sono le sorprese del Pdl: Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Daniela Santanché, Guido Crosetto.

Il neo giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, il 14 febbraio del 2010 parla con Mussari e gli chiede «se è vera la voce circa la sua candidatura all'Abi, in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo». Mussari conferma l'indiscrezione. C'è un'altra conversazione registrata con Amato, il primo aprile di quell'anno. «Mi vergogno a chiedertelo - esordisce il professore Amato - ma per il nostro torneo ad Orbetello. È importante perché noi siamo ormai sull'uso... Che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che insomma il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125». Risponde Mussari: «Va bene. Ma la compensiamo in un altro modo». Amato: «Guarda un po' se ci riesci. Sennò io non saprei come fare. Trova un gruppo». Mussari lo tranquillizza concludendo: «Lo trovo. Contaci».

Il 24 febbraio Piero Fassino chiama Mussari per sapere quando lo potrà incontrare a Roma. Il presidente Mps è per una settimana in ferie. «Ricontattami quando rientri per fissare un incontro. Così facciamo un po' il punto totale».

Il 4 marzo tocca a Romano Prodi chiamarlo per invitarlo a un convegno sull'Africa: «Non ho nessuna intenzione di rientrare in politica». Con Mussari, Prodi vuole parlare «del pericolo futuro della speculazione internazionale».

Il 12 marzo Mussari si reca a Palazzo Grazioli. La sera prima, confida al sindaco di Siena Cenni, era a cena dal presidente Berlusconi insieme al direttore generale Mps, Antonio Vigni.

Il 17 marzo arriva la telefonata del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta: «E' possibile concedere al Teatro Biondo di Palermo un extrafido di 1.5 miliardi di euro garantito da finanziamenti assicurati dalla Regione e dal Comune». Mussari risponde che se ne occuperà «immediatamente».

Il 25 marzo Daniela Santanché gli chiede di fissare un appuntamento a Roma per il suo socio, Giampaolo Angelucci del gruppo Tosinvest (che è già cliente Mps). Il presidente Mussari le risponde che la ricontatterà il prossimo lunedì. Anche l'allora sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, vuole incontrare il presidente Mps, e gli dà appuntamento per il martedì successivo in ufficio, al ministro della Difesa.

Il 6 aprile Mussari è a Roma, e dice al deputato che vuole dimettersi per candidarsi a sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, di aver incontrato Massimo D'Alema e «di averlo informato dell'iniziativa. A tal proposito D'Alema ha detto di voler prima sentire Casini». in un'altra occasione, Mussari parla di politica con D'Alema che lo va a trovare a Siena, in Banca.

La segretaria, il 19 aprile, gli rammenta che nella prossima andata a Roma dovrà incordare Bersani, Enrico Letta, Latorre, l'ingegnere Caltagirone. A Fabio Borghi, Mussari «gli dice di essere stato dal sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che aspetta che lo contatti telefonicamente per fissare un appuntamento».




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